Grazie
Secolo XIX

Bisio mattatore in un graffiante Pennac

Prima nazionale a Genova

Testata
Secolo XIX
Data
6 ottobre 2005
Firma
Giulana Manganelli
Immagini
Immagine dell'articolo su Secolo XIX

L'ikebana della gratitudine, ovvero i mille modi per ringraziare, potrebbe essere il sottotitolo di “Grazie” che Daniel Pennac ha messo tra le mani di Giorgio Gallione, il suo regista di riferimento. L’opera di artigianato drammaturgico (la prima di Pennac espressamente per il teatro) dopo la lettura di Benni è passata nelle abili mani di Claudio Bisio, uomo dal cranio di specchiata comicità e intelligenza scenica. La “prima” nazionale è andata in scena martedì tra gli applausi del teatro Modena esaurito e festante (repliche fino a sabato 8).

Va subito detto che il successo di Bisio, di Gallione, dello scenografo Guido Fiorato e del creatore delle luci Jean-Claude Asquié, di tutto lo staff del Teatro dell’Archivolto, che con questo spettacolo inaugura la nuova stagione, è più che meritato, anche se l’impresa, per una volta, non deve essere stata troppo semplice. Una cosa è scrivere romanzi, e Pennac lo fa superbamente, una cosa fare drammaturgia. “Grazie”, che Feltrinelli ha pubblicato lo scorso anno, in realtà è un racconto ad alta voce, in forma di monologo rapsodico con didascalie parlate, su un vecchio signore che deve ritirare un premio. Sulla circostanza si innestano divagazioni e riflessioni etiche, malinconie e scatti d’ira, voragini di rancore e improvvisi squarci di luce, ricordi e speranze. Bello da leggere, quasi proibitivo da recitare.

Gallione, al suo solito, ha fatto un piccolo miracolo con la complicità di un Bisio che all’inizio ci è sembrato felicemente emozionato, poi sempre più mattatore e padrone della scena, dando carne e sangue alle parole. Un fiume di parole da un vecchio signore in marsina con una parrucca da scienziato schizzato che deve ringraziare per un premio tardivo all’insieme dell’opera, insomma alla carriera. Si sono accorti di lui prima che scomparisse, succede nei migliori premifici nazionali e non.

Smontando, rimontando in una sequenza dal ritmo più teatrale, interpolando con graffiate da cabaret sulla nostra cronaca recente («I premi letterari oggi sono più dei candidati alle primarie» o il trekking dei bisognini del suo cane tra i manifesti sorridenti sempre dei candidati), beccando il pubblico, seguendo in ironico playback una deliziosa rassegna di canzoni ispirate al “grazie” selezionate e arrangiate da Paolo Silvestri, poco a poco l’emozione, più che il coté comico, monta e scende in platea. Tra i momenti più magici e veri di Bisio attore-attore, e assorbiti come in apnea dal pubblico, il racconto dell’infanzia ferita del premiato, il gelo reale e quello didattico dell’odiato maestro Blamard («La Stalingrado della pedagogia»), la solitudine delle stanze d’albergo con il minibar come unica fonte di luce e di calore, metafora del bambino di Guglielmo Tell costretto all’immobilità per paura che la mela che tiene sulla testa possa cadere mentre un mondo di adulti fa a gara per mostrare la propria abilità di arciere. E poco importa se la mela si salva e il piedestallo muore.