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«Si può fare»/Il Riformista

Ciak, "Si può fare". Meglio cambiare titolo

Bisio promuove anche la riduzione dell'Ici

Testata
Il Riformista
Data
16 aprile 2008
Firma
Michele Anselmi
Immagini
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«Si può fare/ puoi prendere o lasciare! puoi volere puoi lottare! fermarti e rinunciare! si può fare si può
fare! si può crescere o cambiare! continuare a navigare». Da Si può fare, canzone di Angelo Branduardi, 1992.

Quando si dice il caso. L'altro ieri, lunedì 14, proprio mentre il candidato premier Walter Veltroni metteva alla prova la fattibilità del suo slogan elettorale, l’ormai mitico Si può fare mutuato in parte dall'americano Ye We Can di Bara Obama, nei locali dell'ex manicomio romano di Santa Maria della Pietà il comico ligure-milanese Claudio Bisio dava il primo ciak al suo nuovo film da protagonista. E sapete come si chiama? Si può fare. Una coincidenza buffa, del tutto non voluta, che ha provocato qualche sorriso nella troupe, guidata dal regista Giulio Manfredonia (nel cast anche Giovanni Battiston, Anita Caprioli e Giorgio Colangeli). Tranquilli. Per ora il titolo di lavorazione non cambia, più in là, per l'uscita nelle sale, si vedrà. Bisio, raggiunto al telefono sul set, dice di averne già pronti due alternativi: Tutti fuori o Liberi tutti. Veltroniano di ferro, l'attore cinquantunenne di Amore, bugie e calcetto, nonché popolare tassista testimonial di Pagine Gialle e animatore di Zelig, sta volentieri al gioco in bilico tra cinema e politica. «Guardi, sapevo che alla fine sarebbe andata così. Dico della vittoria di Berlusconi con quasi dieci punti di vantaggio. Mai creduto alla rimonta sorprendente, tanto meno al sorpasso, al contrario di certi miei amici registi. Dunque la delusione è relativa. Ora, a bocce ferme e incassato il risultato negativo, bisogna rimboccarsi le maniche e costruire davvero il Pd, se possibile coinvolgendo i verdi e i socialisti. Non possono restare fuori da un moderno Partito democratico».
Si può fare, allora? «Si deve fare», taglia corto Bisio mentre attende che il direttore della fotografia metta a punto le luci della prossima scena. Nel film incarna Nello, uno strano sindacalista della Cgil nella Milano primi anni Ottanta, quando la metropoli stava diventando la città da bere. «Sono un tipo scomodo, segato dai capi, perché credo nel mercato, nella capacità di impresa. Un "migliorista", si diceva allora con l'intenzione di offendere». Succede che a Nello, per toglierselo dalle scatole, affidino una missione impossibile: prendere in mano una cooperativa di ex degenti di un manicomio, 11 «mattarelloni» per l'esattezza, che vivacchia stancamente attaccando francobolli per il Comune dopo l'entrata in vigore della legge Basaglia. Infatti la cooperativa si chiama 180. Nello ci crede, contro tutto e tutti, aiutato da uno psichiatra aperto e dalla fidanzata che si sta lanciando nel mondo della moda. I «matti da slegare» gli fanno le proposte più buffe e balzane per rilanciare l'attività della cooperativa. A tutti, nel corso di una surreale assemblea, lui risponde: Si può fare. E intanto, rimboccandosi le maniche, incoraggia il processo di integrazione, libera energie e affetti, trasforma quei pazienti «diversamenti abili» (orribile pedaggio all'odierno politically correct) in sopraffini parquettisti specializzati in mosaici lignei. Nella realtà qualcosa del genere è accaduto a Pordenone, con esiti sorprendenti.
Ma torniamo al Si può fare. «Ha senso nel film, perché è il tormentone di Nello. Casinista, ma animato dalle migliori intenzioni, il sindacalista parcheggiato riaccende l'ottimismo, sfida il vittimismo, si inventa una via praticabile», si entusiasma Bisio. «Un po' come ha fatto Veltroni con la nascita del Pd. Dopo la botta di lunedì sera, magari, si può fare meno. Ma Walter, per dirla con Spike Lee, ha fatto la cosa giusta. Se errori ci sono stati, risalgono al passato, anche alla scelta di quella ventina di deputati diessini. Andarsene così, per confluire nella Sinistra Arcobaleno... Mi auguro che la batosta serva di lezione».
In vena di scherzi, il comico con il culto di Pennac non esclude che lo slogan di Obama venga dal titolo del film, avendo girato a lungo il copione di Fabio Bonifacci, pure a Hollywood e dintorni, prima di tornare nelle mani di Angelo Rizzoli (coproduce con la Warner Bros Italia). «Migliorista» anche nella vita, Bisio non grida al regime che torna, al Caimano, si augura anzi, «da italiano», che il nuovo governo mantenga ciò che va promettendo. «Se mi tolgono l'Ici sulla prima casa, non mi fanno pagare il bollo e abbassano le tasse, be', io sono contento», ammette. E torna a girare.

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