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Claudio Bisio "Preferisco Pennac ai pacchi della tv"

Testata
Repubblica
Data
6 ottobre 2005
Firma
Anna Bandettini
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Senza imbarazzo dice che le mani un po’ se l’è sporcate anche lui. «Per esempio ho firmato un’esclusiva con Mediaset di due anni. Come dice chi non mi vuole bene prendo ancora soldi da Berlusconi... Ma i pacchi no, quelli no. Quando mi hanno offerto di sostituire Bonolis ad Affari tuoi non ci ho pensato un attimo, giuro. Io faccio un altro mestiere. Lì lì per farsi divorare dalla tv, Claudio Bisio ha preferito stare in pace con se stesso: a 47 anni, artista di successo, marchio di fabbrica del cabaret tv più visto (Zelig tornerà da gennaio su Canale 5) ha deciso che continuerà a fare l’attore e a parlare di emozioni. Per questo ha fatto un film, atteso a gennaio, il noir La cura del gorilla dal romanzo di Sandrone Dazieri, e teatro, con Grazie il nuovo spettacolo, secondo lavoro da Pennac (lo scrittore lo sta presentando in questi giorni a Parigi) dopo il riuscitissimo Monsieur Malaussene del ‘97. A voler essere maligni, la curiosità è che per la prima volta nella sua carriera si vedrà Bisio con i capelli: una scomposta chioma grigia «tipo quella di Benni che per primo ha letto in pubblico il testo». In realtà Grazie è un’occasione di grande virtuosismo per Bisio che interpreta «un artista un po’ frustrato che riceve un premio e mentre ringrazia la giuria, tira fuori rancori, rabbie, paure, deliri», spiega Giorgio Gallione, il più pennacologo dei registi che ha diretto lo spettacolo prodotto dal Teatro dell’Archivolto di Genova dove è in scena fino a domenica (da martedì sarà al Piccolo di Milano, dal 3 novembre a Bologna e poi in tournée).



Bisio, in scena è l’artista che fa lavate di capo un po’ a tutti?

«La fa Pennac, anche se come sempre un po’ ci abbiamo messo qualcosa di nostro, i Telegatti, i David, l’Unione... Questo omino di Pennac è un bambino vecchio che ha paura, è un uomo solo che, col pretesto della cerimonia di premiazione, si trova di fronte al mondo, alla vita e tira fuori tutto, anche la meschinità. E’ un testo che smaschera un mondo di finzioni. In fondo è la storia di tutti, anche noi artisti con le nostre piccinerie, anche senza arrivare a prendere il posto di Pupo».



Che vuol dire?

«Che un po’ tutti facciamo compromessi, deroghiamo ai ferrei principi. Io? Faccio una trasmissione da record nella re-te ammiraglia della prima tv commerciale italiana... Eppure io non vedo contraddizioni tra Zelig e Perinac. Leggo, ascolto musica, vedo la tv e non è che vederla rovini la mia vita. Anche a Zelig c’è la mia creatività, la mia onestà come al cinema o a teatro».



E il film?

«L’ho pensato, meditato. Con il regista Carlo Arturo Sigon alla sua opera prima abbiamo lavorato bene. Ho avuto intorno colleghi-amici come Antonio Catania, Gigio Alberti. Bebo Storti. E’ venuto anche Ernest Borgnine che avevo conosciuto a un Telegatto. E’ una bella storia, che difende il minuscolo dell’opera».



Che roba è?

«Lo dice Pennac. E’ la pennellata sul dipinto che magari nessuno noterà, ma che serve all’artista. E’ fare teatro e non Sanremo o il Festivalbar come mi avevano proposto. La vita sottovoce».