Grazie
L'Espresso

Pennac recita Pennac

Il celebre scrittore interpreta a teatro un suo testo. E qui racconta l'esperienza da attore

Testata
L'Espresso
Data
16 febbraio 2006
Firma
Fabio Gambaro
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Uno scrittore che affronta le luci della ribalta. Non è la prima volta. Ma quando si tratta di Daniel Pennac che recita un proprio testo in uno dei più prestigiosi teatri parigini, la notizia non passa inosservata. Anche perché "Grazie" (è questo il nome dello spettacolo) non è l'eccentrico capriccio di un autore di fama, ma una vera avventura teatrale. Insomma, l'autore funambolico della "Fata carabina" e del "Signor Malaussène" sul far de la sera si trasforma in un attore ironico e sornione, in scena per un'ora, da solo, recitando il suo divertente monologo sul tema del ringraziamento. L'avventura è comincia quasi per caso. Due anni fa, quando scrisse "Grazie" (in Italia pubblicato da Feltrinelli), Pennac non immaginava che un giorno lo avrebbe recitato: «All'inizio», racconta lo scrittore, che dall'esperienza sta ricavando un testo di riflessioni, «Jean-Michel Ribes, che dirige il Théàtre du Rond Point, mi aveva chiesto di fare alcune letture in pubblico. Mentre leggevo e rileggevo il testo, io, che sono smemorato di natura, ho deciso d'impararlo a memoria. Era una sfida personale, una scommessa con me stesso. Così, durante tutta l'estate, l'ho memorizzato mentre facevo lunghe passeggiate nei boschi del Vercors. Quando Ribes si è accorto che conoscevo il testo a memoria, mi ha spinto a recitarlo. Io ho accettato con esitazione, ma poi mi sono lasciato prendere dal gioco, nonostante la paura».

Come è andata la sera della prima?
«Ero terrorizzato. Da solo davanti a cinquecento persone. Poi però a poco a poco ho sentito la fusione con il pubblico. Ho percepito la sua attenzione, le sue reazioni, le sue risate. Si è creata una connivenza. E mi sono reso conto che non stavo più monologando in solitudine».

La vicinanza degli spettatori che effetto fa a uno scrittore?
«È molto riposante, perché permette di cogliere immediatamente le reazioni del pubblico. Di solito, un romanziere è prigioniero dell'angoscia. Si chiede sempre se ciò che sta scrivendo funzionerà o meno. Per avere la risposta dei lettori però deve aspettare molto tempo. In teatro, invece, tutto avviene all'insegna dell'immediatezza e della spontaneità. Recitare mi permette di evadere dalla prigione autistica del romanziere. Da quando ho smesso d'insegnare, infatti, sto da solo davanti al computer. Avevo bisogno di confrontarmi con delle persone in carne e ossa».

E’ faticoso questo confronto?
«Non sono un attore professionista. So di non possedere la tecnica di un mestiere che ho imparato in poco tempo. Una volta sul palco poi non si può più tornare indietro. Non si può fuggire o nascondersi. Si deve fronteggiare la paura profonda dell'attore».

Quale?
«L'attore è l'agente di quel miracolo attraverso cui il testo prende corpo e inizia a vivere. Quando va in scena, egli teme sempre che il miracolo dell'incarnazione possa non avvenire».

Lei è un appassionato di teatro?
«Non sono mai stato un grande frequentatore di teatri. Ci vado ogni tanto su consiglio di qualche amico attore o regista, ma sempre in maniera irregolare. Oggi scopro un mondo che prima ignoravo. Il teatro è una specie di alveare in continuo movimento, dove lavorano molte persone per dare realtà a qualcosa di effimero. È agli antipodi dallo scrittore, che invece lavora da solo, cercando, almeno teoricamente, di lavorare per la durata dell'eternità».

In Italia, "Grazie" è stato portato in scena dal Teatro dell'Archivolto, interpretato da Claudio Bisio. L'ha visto?
«Bisio è un attore straordinario, la sua è una versione molto bella, ma completamente diversa dalla mia. Io ho cercato di asciugare il testo, tagliando il più possibile, lui invece ha persino aggiunto alcuni aneddoti che gli avevo raccontato in privato. Ne ha fatto uno spettacolo magnifico e smisurato».

L'esperienza teatrale cambierà il suo modo di scrivere?
«Non credo. Se dovessi scrivere un altro testo teatrale, starei però più attento al ritmo, perché ora conosco l'importanza dei gesti e dei silenzi».