«Si può fare»/Tuttomilano
Tutti matti per Bisio
La legge Basaglia nella Milano da bere. Una scommessa che diventa un successo. L’attore racconta il film "Si può fare" di cui è protagonista: "Una favola vera".
Milano agli inizi degli anni ’80. Un sindacalista anomalo, che crede nel mercato e nel merito è il protagonista di “Si può fare” terzo film di Giulio Manfredonia. A interpretarlo è Claudio Bisio, che si è tuffato nell’impresa senza esitazioni. "Ho accettato subito - ci racconta - non appena ho letto il copione. La storia dei malati di mente che, una volta sollevati dalla cappa di ottusità in cui li gettavano gli psicofarmaci, scopre la propria creatività era raccontata molto bene. I personaggi erano già definiti e il rischio di cadere nella macchietta, sempre presente quando si racconta di matti, è stato evitato con cura da Manfredonia”.
“Si può fare” è un po' una favola sulla legge 180, quella
che rivoluziona la situazione dei pazienti psichiatrici...
"Favola fino ad un certo punto. Uno dei motivi che mi hanno fatto dire subito sì a Manfredonia è l’ultma pagina della sceneggiatura che è rimasta nel film in forma di cartello finale: questa è la versione lievemente romanzata della vera storia della cooperativa Noncelto di Pordenone. Ho avuto un brivido e mi sono convinto definitivamente. Prima di girare ho conosciuto Giorgetti il sindacalista cui è ispirato il mio personaggio, e mi sono informato sull’azienda che dirige, una realtà imprenditoriale di rilievo internazionale. Oggi ci lavorano oltre 300 soci di cui solo un terzo malati mentali. Hanno appalti a Parigi come si racconta anche nel film, fanno fatturati importanti. Un’impresa che nel mercato ci sta alla grande!Una favola vera, quindi”
Che evita anche quello sguardo un po' pornografico sul disagio mentale che spesso è connesso all'impiego di veri malati.
“Qui sono tutti attori, bravi, anche se non molto noti. Io stesso conoscevo solo Carlo Gabardini e Andrea Bosca che ha lavorato con me in Amore bugie e calcetto di Luca Lucini. Il cast è la cosa più riuscita del film.”
E lei, che invece è una figura molto nota, come si è ritrovato là in mezzo?
“Benissimo!Il fatto di avere un’immagine pubblica molto forte non ha creato problemi. Ho cercato di modificare un po’ il mio aspetto, mi sono fatto ricrescere i capelli, quei pochi che mi sono rimasti, la barba… niente di sconvolgente. E poi, che io fossi un estraneo per loro, era perfetto per la storia. Manfredonia ha sfruttato questa situazione e ha fatto in modo che ci incontrassimo solo a un punto molto avanzato detta preparazione Non ci doveva essere troppa confidenza tra noi all'inizio Abbiamo girato in continuità cronologica e questo ha fatto sì che l’affiatamento tra noi attori crescesse insieme al legame che i personaggi stringono tra di loro nella storia. E’ un lavoro che si fa di rado ma che dà dei risultati molto buoni"
Come ha affrontato il ruolo dl un sindacalista?
“Era il personaggio giusto per la storia anche se ho capito subito che dovevo fare i conti con l’idea che la gente ha oggi dei sindacalisti. Se chiedi in giro, soprattutto nel nostro ambiente, un sindacalista è sinonimo di vecchiume non recuperabile neppure come vintage: l’eskimo, la barba, archeologia politica E invece Nello il mio personaggio, è uno in anticipo sui tempi, un ultradernista che viene segato proprio perché troppo avanti. Lui sostiene il mercato contro la logica assistenzialista, il sindacato non è pronto per le sue idee e lo scarica affidandogli la gestione di una cooperativa.”
Il film è ambientato nel i 983, l'anno in cui lei esordiva al cinema con “Come dire" di Gianluca Fumagalli, dove si racconta una Milano lieve e giocosa, non ancora yuppistica. Che ricordi ha di quegli anni?
“Non ho timore a dirlo: ricordi bellissimi. Certo sono gli anni della mia formazione ed è difficile valutarli con freddezza, il liceo, l’università e poi i primi tentativi di fare l'attore, senza avere ancora la sicurezza che sarebbe diventato il mio lavoro. Il teatro dell'Elfo, quel film di Gianluca, importantissimo per me e forse anche per il movimento dei filmmaker milanesi dell'epoca… Accanto alla Milano da bere c'era anche chi non digeriva bene. C'erano l'impegno e le lotte. Non è vero che tutto finisce con gli anni ‘70… I tanto vituperati anni ‘80 per me sono stati anni di ricerca”
