«Si può fare»/Il Giornale
«Ho copiato Nicholson per il film sui matti nella Milano da bere»
Il protagonista di «Si può fare»: mi son preparato studiando un documentario su «Qualcuno volò sul nido del cuculo» Facevo teatro sperimentale e avevo auto scassatissime "Nei manicomi i malati erano curati con la malaria Lo scollamento con i lavoratori è un problema acclarato
Roma “Si può fare”. Un film serio con un attore comico e un manipolo di sconosciuti interpreti, però bravi. E la rivalutazione, in tempi ostili all'«altra casta», del sindacalista quale fermento positivo d'una società sbagliata, nonché della legge Basaglia, che mostrerà pure la corda a trent'anni dalla sua emanazione però mantiene un valore di soglia irrinunciabile. A dirlo con la forza del proprio temperamento è l'eclettico Claudio Bisio, mattatore anche fuori dal palco di Zelig , visto che ieri, al Festival in finale di partita, la domanda era una: perché “Si può fare” , equilibrata commedia sociale di Giulio Manfredonia (da oggi nelle sale) non figurava in concorso, data l'evidente riuscita del prodotto? «Chiedetelo a Rondi», rispondeva «Bisius», visibilmente commosso dalle reazioni positive di chi ha apprezzato il suo Nello, protagonista del garbato racconto di come, a volte, basti la buona volontà del singolo a ribaltare l'assetto negativo delle circostanze. Che questo capocomico nato avesse stoffa da vendere anche al botteghino del cinema, lo sapevamo da un paio d'anni, quando “La cura del gorilla” e, di recente, “Amore, bugie e calcetto” lo misero all'altezza della propria fama di maschera multiforme. E stavolta, mentre il suo sindacalista d'una Milano da bere (anno 1983, dopo l'approvazione della legge Basaglia, volta a sciogliere gli istituti m anicomiali) risulta troppo antico per la moglie (Anita Caprioli) e troppo moderno per i colleghi di partito, il vecchio Pci di Berlinguer; intanto che tutti invocano il dio mercato, lui si ritrova in Via dei Matti, ma non al numero zero, bensì presso una cooperativa di malati mentali, sedati a base di Serenase e peggio. Al massimo, quei mattocchi in cura da un medico ortodosso (Giorgio Colangeli) incollano francobolli o dormono. Lui, Nello, il milanesone in giacca di velluto stazzonato che crede nel lavoro, li sveglierà dal torpore, reinserendoli nella vita «normale» attraverso la costituzione d'una cooperativa di posatori di parquet via via molto richiesti, persino a Parigi. Naturalmente, tale percorso umano al sindacalista sognatore costerà molto: uno dei suoi assistiti s'impicca, il matrimonio gli va in pezzi, il senso di colpa per aver sparso illusioni lo schiaccia. Ma la vita continua e la favola bella è vera. Com'è vera la vicenda della cooperativa di Noncello (Pordenone), che ha ispirato il film del quale Claudio Bisio, con la sua faccia da lacrime, risate e pugni in faccia (qui ne prende uno da uno schizofrenico, però lo «copre» sostenendo d'essere caduto) è lo spirito animatore.
Caro Claudio Bisio, in una botta sola getta luce positiva sul sindacato e sulla legge Basaglia, le cui fragilità sono emerse. Che cosa pensa delle due istituzioni?
«La Basaglia è un punto di non ritorno. L'aborto, il divorzio... mi sembrano istituti di civiltà, dai quali non si torna indietro. Il film si svolge tre anni dopo l'approvazione della Basaglia, quando c'erano molti problemi. E se ormai sembra acclarato lo scollamento del sindacato dai lavoratori, c'è tanta gente, ancora, che tutela i lavoratori, in modo collettivo. Lo scollamento è problema interno e il sindacato è frutto delle lotte operaie dell'Ottocento: il padrone cercherà sempre di fregare».
Quali ricordi ha degli anni Ottanta e della «Milano da bere»?
«Di quegli anni vituperati io, stranamente, ho un buon ricordo. Finita la scuola al Piccolo Teatro di Milano, dove vivo e lavoro tuttora, conservo bellissime memorie delle tante sperimentazioni al Teatro dell'Elfo, delle commedie in costume... Con mia grande sorpresa, neanche i tram sono cambiati, da allora, o i colori delle pensiline. Ma che incredibile revival, nel film, quando mi son buttato in quelle auto scassate di quand'ero giovane!».
Come si è preparato al ruolo di Nello, sindacalista basagliano suo malgrado, che recupera i malati di mente con la terapia della fiducia e dell'amore?
«Ho visto un documentario sulla preparazione del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”; sono andato, con la troupe, a Santa Maria della Pietà, il manicomio dove, un tempo, si legavano i "matti" sul lettino dell'elettrochoc. Ignoravo usassero persino la "malarioterapia"».
In che cosa consiste?
«Si prendevano zanzare, o mosche infette e, messe a contatto con le caviglie dei pazienti, si lasciava che trasmettessero la malaria. Una volta passata, il malato "guariva".., secondo loro».
Perché il regista ha scelto proprio lei, attore comico, per una materia non certo leggera?
«Perché ha incocciato il mio momento adatto: cercavo proprio un film del genere. Mi piaceva l'idea. In Italia, di solito, un ruolo così viene affidato ad altri dieci attori!».
