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«Si può fare»/La Repubblica

BISIO E I MATTI ECCO IL FILM PIÙ BELLO

Testata
La Repubblica
Data
31 ottobre 2008
Firma
Paolo D'Agostini
Immagini
Immagine dell'articolo su La Repubblica
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ROMA Si intitola Sì può fare il "caso" del festival romano edizione numero tre. Sicuramente il caso italiano, accolto, da molti applausi, per quanto in compagnia eccellente (Vicari) o molto buona (Winspeare). Incomprensibilmente escluso dal concorso ehe sarebbe stata una mano santa per la bravura dì tutti i suoi attori e da oggi nelle sale. Andate a vederlo, si pensa, ci si commuove, ci si diverte. Quello che deve fare una bella commedia.
“Si può fare” è una favola, con i suoi stereotipi. Ma non lo erano anche “Full Monty” e “Grazie signora Thatcher” e “Billy Elliott”? Non lo era anche “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, che di "Si può fare” è il faro? Claudio Bisio, nella Milano di inizio anni Ottanta, è un sindacalista. Crede nella solidarietà ma anche nella responsabilità, e nell’iniziativa. Va a finire in una cooperativa di freschi ex degenti manicomiali: è da poco entrata in vigore la Legge 180 nota con il nome del suo ispiratore, lo psichiatra veneziano Franco Basaglia (13 maggio 1978). Ma la cooperativa è tuttora dominata dalla supervisione di uno psichiatra di vecchia scuola (giorgio Colangeli) che crede nei farmaci e non nell’emancipazione del lavoro. Nello non sa niente di psichiatria, ma si lascia guidare dall’istinto e da una semplice idea: “quello che fa stare bene me farà stare meglio anche loro” e con tutte le difficoltà trasforma i picchiatelli in richiestissimi parquetisti: infatti il disastro che combinano al primo lavoro viene scambiato per originale creatività. E così avanti tra cadute, crisi, fallimenti, ritorno indietro.
Giuseppe Battiston è il giovane psichiatra basagliano che affianca Nello. Anita Caprioli è la fidanzata di Nello, in bilico tra adesione al sogno di lui e inseguimento del successo nella Milano della moda. Il regista è Giulio Manfredonia, lo sceneggiatore Fabio Bonifacci, fotografia, costumi, montaggio, musica tutto merita un elogio. Ma soprattutto il gruppone di attori non noti che danno al film la sua ossatura. Non è invenzione. Lo sceneggiatore lesse molti anni fa un articolo che raccontava l’esperienza di un sindacalista e di una cooperativa in provincia di Pordenone. Non una fiaba, non un’utopia ma la prova che se si vuole “si può fare”.

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