«Si può fare»/L'Unità
LA LIBERAZIONE DEI MATTI È QUASI UNA SOAP
Al Festival di Roma arriva «Si può fare»: sorprendente commedia che tocca le corde giuste per raccontare cosa fu la legge 180. E intanto la tv prepara una fiction sulla vita di Basaglia
ROMA «Può essere vero che la Basaglia abbia rivelato delle carenze nella sua applicazione. Ma ormai è un punto di non ritorno. Un dato di civiltà acquisito, come la legge sull'aborto o sul divorzio». Claudio Bisio è lì gongolante, sul palco della sala Petrassi dell'Auditorium di Roma, a gustarsi tutto l'entusiasmo che ieri ha avvolto il vero film sorpresa di questo sonnacchioso festival capitolino: “Si può fare” di Giulio Manfredonia (nei cinema da oggi in 100 copie per la Warner), una commedia dal gusto popolare che ha fatto ridere e piangere come vitelli il pubblico degli accreditati. Un vero colpo di scena che gli organizzatori hanno voluto fuori concorso, chissà perché («lo avrei gareggiato volentieri», dice il regista), e che ha saputo riportare un pizzico di utopia sotto ai riflettori, in tempi grigi come i nostri. E che sarebbe bello vedere in prima serata su Raiuno.
LA STORIA
La riforma Basaglia, infatti, è il cuore di questo film nato a partire da una storia vera: quella di una cooperativa sociale di Pordenone che, nei primi anni Ottanta, alla chiusura dei manicomi ha assunto come operai parquettisti un gruppo di pazzerelli. Anima della cooperativa un sindacalista (col volto di Claudio Bisio) che è riuscito, dopo mesi di rodaggio, a fare del gruppo di lavoro, una vera e propria équipe di professionisti i n grado di «stare sul mercato». Con un cast di straordinari interpreti, poco noti al grande pubblico (Daniela Piperno, Andrea Bosca, Giovanni Calcagno, Michele De Virgilio, giusto per citarne alcuni), il film racconta l'avventura di questo straordinario percorso di libertà, puntando dritto ai sentimenti, alle emozioni, alle ingenuità, come una vera soap. Rendendo così popolare un argomento per troppo tempo relegato in ambiti di nicchia. Nonostante capisaldi del nostro cinema militante, come “Matti da slegare” di Silvano Agosti, per esempio, avessero già ai tempi, dato il loro contributo. «Certo confida Manfredonia il nostro modello è stato “Qualcuno volò sul nido del cuculo” . Di film sul disagio mentale ce ne sono tanti, ma noi abbiamo voluto raccontare una storia tutta italiana». Ed ecco, infatti, questa favola vera portarci al confronto con un gruppo di personaggi carichi di umanità, pieni di fisime, ma soprattutto schiacciati dai farmaci e dalla paura di medici e familiari di lasciarli al «rischio» della vita quotidiana. «Loro che se ne fanno dello stipendio», dice lo psichiatra (Giorgio Colangeli) che ha il controllo sul gruppo di pazzerelli, che li imbottisce di «chimica» per farli stare tranquilli e che, in un primo momento, non riesce proprio a credere nella cooperativa di creativi parquettisti. Nello, però, il combattivo sindacalista non si lascia intimidire. E va dritto per la sua strada. Un «sindacalista buono», diverso da quelli che oggi sbeffeggia il nostro cinema, denunciando lo scollamento del sindacato dalla realtà. Capace di scovare nella psicosi di ognuno le vere qualità, ecco Nello mettere in pieni una squadra di professionisti che sapranno addirittura «rivoluzionare» la moda del parquet. Abbandonati un giorno a loro stessi Nello va a Roma al funerale di Berlinguer il gruppo, in mancanza di legno, inventerà un superbo mosaico fatto con materiale di scarto... Un vero successo. Da quel momento la cooperativa diventerà la più richiesta sul mercato. E i due schizofrenici ossessionati dal comporre pezzi irregolari saranno il motore della banda. Ormai quasi una famiglia, della quale Nello si fa carico sotto tutti i punti di vista. Anche della sfera sessuale. «Una volta mi tiravo delle belle seghe», racconta triste Nicky Lauda, l'autista del gruppo, «Ma ora con quelle medicine sono tre anni che non ci riesco più». Via allora al piano «liberazione sessuale»: caricati sul pullman il gruppo di pazzerelli potrà riscoprire le gioie della carne con l'aiuto di alcune prostitute a cui Nello verserà i dovuti compensi, previa richiesta di partita iva. «Ma questi sono proprio matti», sarà il commento delle ragazze. Eppure sarà proprio una delusione d'amore a mettere in crisi tutto. Gigio, uno dei più abili parquettisti, perderà la testa per una giovane e bella cliente. E dopo una rocambolesca serata finita in commissariato, il ragazzo troppo fragile, si toglierà la vita. La cooperativa chiuderà i battenti. I pazzerelli torneranno sotto il controllo dello psichiatra e Nello a fare l'impiegato nell'atelier dell'amico «imborghesito» dal passato rivoluzionario. Come in tutte le favole, però, il lieto fine non tarderà ad arrivare: saranno gli stessi matti a richiamare Nello al suo impegno iniziale e stavolta con la benedizione dello psichiatra, convinto adesso pure lui che «Si può fare». Perché un pizzico di utopia è necessaria per vivere. Per combattere quella fabbrica della paura per il diverso, per l'altro che ci sta schiacciando. E di cui Basaglia è stato uno storico avversario. E chissà, forse è per questo, che il suo pensiero sta tornando popolare.
IN TELEVISIONE
Anche in tv. Per Raiuno, infatti, Marco Turco, reduce dal successo della fiction su Rino Gaetano, sta realizzando un film su quell'esperienza. «È proprio per rendere popolare quel percorso di liberazione dice il regista che ho pesato ad una fiction televisiva. Quale media è più divulgativo del piccolo schermo?». Scritto insieme ad Alessandro Sermoneta, Elena Bucaccio e Katia Colja il film racconterà vent'anni di «psichiatria alternativa spiega Marco Turco dal lavoro di Basaglia nei primi anni Sessanta al manicomio di Gorizia, passando per l'apertura di quello di Trieste e fino all'81, quando fu approvata la legge». Sarà un racconto corale, conclude, «per rendere tutta l'epicità di quella straordinaria pagina della nostra storia». Che si confronta, invece, con un presente di tutt'altro tenore. E che il cinema non si stanca di raccontare. Come, per esempio, fa Il prossimo tuo altro film passato al Festival sul tema della diversità e della paura. Lo firma la regista finlandese di origini italiane Anna Riitta Ciccone, che ci descrive un mondo paralizzato dalla paura dell'altro, incapace di avere sentimenti e di esprimersi. «Siamo in un'epoca di totale regressione spiega dove la comunicazione, onnipresente dei media, ha creato una sorta di virtualizzazione dell'altro. Non ci sono più avversari ma solo nemici». Eppure anche il suo film, alla fine, ci rivela che «Si può fare».
