«Si può fare»/Il Messaggero
COSE DA PAZZI
Molto Applaudito "Si può fare" di Manfredonia
La malattia mentale affrontata con le armi della commedia
ROMA Storia vera che sembra una fiaba: un sindacalista cocciuto e moderno, troppo liberista per i suoi compagni di militanza, ma troppo marxista per la "Milano da bere" primi anni 80, finisce a dirigere una cooperativa di malati di mente appena dimessi dai manicomi dall'allora nuovissima legge Basaglia, l'ammirata e contestata legge 180.
Che lavoro si dà a chi non sa fare né imparare quasi niente? Cose sceme per tenerli occupati, tipo appiccicare francobolli: eppure quei "matti" non sono scemi. Anzi sono pieni di energie e spesso di talento. Me per capirlo bisogna dar loro fiducia, diminuire i sedativi, individuare obiettivi tutt'altro che scontati. Insomma conce¬dere loro responsabilità e libertà. Con tutti i rischi, personali e sociali, che la cosa comporta. Presentato in sottofinale fuori concorso, ma applaudito forse più di tutti gli altri titoli italiani, “Si può fare” di Giulio Manfredonia, da oggi nei cinema in cento copie, è un piccolo film generoso e diseguale ma spesso emozionante che affronta la malattia mentale con le armi leggere della commedia senza dimenticare il dramma e il dolore. Contenuto e appassionato, Claudio Bisio è efficacissimo nei panni del sindacalista ignaro di psichiatria che però intuisce la muta domanda espressa dai "matti" nei loro lavori, e avvia senza quasi accorgerse¬ne una piccola rivoluzione. Giorgio Colangeli è il ruvido psichiatra all'antica («Purtroppo la pazzia non guarisce per legge«) che si oppone al nuovo corso e ne intuisce i rischi. Anita Caprioli la donna di Bisio, quella che lavora nella moda ma ha i piedi più per terra di lui, e Giuseppe Battiston il dottore più aperto (o incosciente) che partecipa all'esperimento diminuendo i sedativi. Con esiti non solo positivi, anche se naturalmente "vivere è un rischio per tutti", non solo per loro.
Ma la spina dorsale del film, che non nasconde il suo debito con "Qualcuno volò sul nido del cuculo", è quel battaglione di attori bravissimi e poco noti (citiamo almeno Andrea Bosca, Giovanni Calcagno, Daniela Piperno, Carlo Gabardini, Franco Pistoni, Pietro Ragusa) che danno vita con molto affiatamento ed equilibrio ai dubbi e alle manie, ai tormenti e agli slanci, di questi "matti da slegare" costruiti incrociando tante piccole storie vere, un po' come fanno loro con i pezzetti di legno per montare i parquet "d'artista" specialità della cooperativa.
Si capisce che Manfredonia e lo sceneggiatore Fabio Bonifacci hanno lavorato a lungo e con loro sulle fonti e sui malati. Così il film commuove, diverte, sorprende, mettendo sul tappeto con onestà tutti i lati del problema. Con varie licenze poetiche naturalmente, per chi vuole la verità ci sono molti documentari sul tema, non ultimi quelli bellissimi di Paolo Pisanelli (Nella prospettiva della chiusura lam¬po, Il teatro e il professore). E se qualche passaggio, come l'amore fra un malato e una studentessa, non è all'altezza, pazienza. Di film così vorremmo vederne di più.
