«Si può fare»/Il Sole 24 ore
RISORGE LA COMMEDIA ALL'ITALIANA
Un capolavoro «malin comico» che racconta gli anni Ottanta
Festival del film. «Si può fare» di Giulio Manfredonia, fuori concorso , è stata l'opera più applaudita.
ROMA Un sindacalista che ama il mercato. O almeno cerca di capirlo. Una yuppie di sinistra che lavora nella moda. Un gruppo di malati mentali che vince un appalto per pavimentare le stazioni della metropolitana nel centro di Parigi. Un presidente che non parla e non fa mai nulla. Di tutte queste cose l'unica credibile sembra l'ultima, eppure parliamo delle colonne di un film speciale, un piccolo capolavoro della nuova commedia all'italiana, “Si può fare”, da oggi su un centinaio di schermi e ieri film (fuori concorso) più applaudito al Festival Internazionale del film di Roma. Obama e Veltroni non c'entrano nulla, la frase è il mantra di Rodolfo Giorgetti, che aprì negli anni 80 una "cooperativa di matti", la Noncello, a Pordenone. Da un articolo che ne parlava uno sceneggiatore bravo, con una scrittura acuta e popolare, ha tirato giù «in una notte del 2002 venti pagine di soggetto. Presa la macrostoria, l'abbiamo reinventata tutta». Ecco così Claudio Bisio, eccellente, iniziare il film facendosi epurare dal sindacato per un libro che osava non demonizzare il mercato. Si capisce subito che è un eretico, uno che coltiva l'idealismo e non l'ideologia. «Questo sindacalista buono - spiega l'autore dello script - nasce anche dalla volontà di raccontare un decennio, gli anni 80, determinante anche per la nascita e l'affermazione di un modo di pensare che forse sta finendo solo ora, con la crisi finanziaria: lui non è uno yuppie né uno di sinistra arroccato nel passato, non fa scelte ovvie, percorre una terza via unendo disagio mentale e mercato, portando in quest'ultimo visi e corpi non convenzionali ma trovando il modo di renderli efficaci ed efficienti, anche economicamente». Via le medicine, si sfida la vita: un'opera commovente e divertentissima che Giulio Manfredonia ha girato con la sua mai abbastanza apprezzata sensibilità, quel gusto malin comico della vita e del cinema che gli sa far raccontare la leggerezza con profondità, e viceversa. Quattro anni fa ha sposato il progetto, per due ha portato avanti un lavoro matto (è proprio il caso di dirlo) ma non disperatissimo, con tre mesi di prove solo per prepararsi ai provini. Il cast di pazienti soci della cooperativa in cui arriva Bisio, infatti, è il risultato di una scrematura che ha portato gli effettivi da 30 a 11, tanto sconosciuti quanto eccellenti nell'impersonare patologie e sentimenti. «Sono loro la vera forza del film rileva l'attore protagonista noi tutti siamo stati solo spalle». Ha ragione, mai come in questo caso il lavoro di squadra tra artisti, artigiani e attori (tutti: Caprioli, Battiston e Storti son comprimari perfetti) costruisce un meccanismo perfetto, dove risate e commozione si
alternano incalzanti, in un racconto mai retorico, impietoso quando e quanto deve esserlo, e dolcissimo. «Volevamo che tutto fosse credibile - racconta Manfredonia - ci siamo documentati, fino a visitare e farci "rinchiudere" a Santa Maria della Pietà, per toccare con mano le terapie torture che venivano usate solo
pochi decenni fa». E che finirono con l'approvazione della Legge 180, la Basaglia, «un punto di civiltà, per fortuna un punto di non ritorno». Nel cinema convenzionale italiano, in cui etica ed estetica si votano al conformismo, qui ogni scelta è un atto di coraggio. Ad esempio Claudio Bisio, (capo)comico in un ruolo che spinge su registri di commedia ma anche di dramma. «Ho incontrato molti comici sottolinea il cineasta – e con molti di loro ho lavorato». E benissimo: nei due film precedenti ha avuto nel cast Cortellesi, Dix, De Luigi, Albanese. «Sono soprattutto dei grandi attori. A me serviva qui un motivatore e un talent scout, le due qualità principali di Nello. Chi meglio di Bisio?». O infine l'incoscienza di mettere in scena il nostro “Qualcuno volò
sul nido del cuculo”, più divertente e speranzoso, reggendo il confronto egregiamente. Cose da matti, non è vero?
