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«Si può fare»/Il Corriere della sera - Milano

BISIO DA MATTI

I MIEI ANNI '80? NEANCHE TANTO MALE

Testata
Il Corriere della sera - Milano
Data
30 ottobre 2008
Firma
Maria Teresa Veneziani
Immagini
Immagine dell'articolo su Il Corriere della sera - Milano
Immagine dell'articolo su Il Corriere della sera - Milano

L'intervista. L'attore parla del film «Si può fare», storia di una cooperativa speciale, ambientato a Milano nell'epoca dei suoi esordi.

Avevo 21 anni, lasciavo Agraria. Pensavo di fare l'attore. Perfino gli yuppies erano meglio di quelli di oggi.

Con i capelli (“quei pochi che sono rimasti”) e barba, Claudio Bisio è Nello, un sindacalista che per le tue idee troppo liberali subise un mobbing ante litteram: viene spedito a gestire una cooperativa di malati di mente. Racconta una storia vera “Si può fare”, commedia amara diretta, dal 40enne Giulio Manfredonia, presentata alla Festa del cinema di Roma, da domani nelle sale. E’ la vicenda della cooperativa Noncello di Pordenone, trasposta nella Milano Anni Ottanta.
Bisio, che sindacalista è Nello?
«Uno che vive una condizione di sfiga. E' stretto tra due fuochi. Ha una fidanzata, Anita Caprioli (grande attrice) che disegna vestiti e, si sa, quanto il sindacato, almeno allora, fosse lontano dal mondo della moda. Gli dice: 'sei indietro'».
«Si può fare» racconta la storia di 12 pazienti usciti dai manicomi appena chiusi dalla legge 180...
«I malati di mente si ritrovarono parcheggiati qua e là, ancora imbottiti di farmaci. Nello ha davanti questi matti che attaccano i francobolli, male peraltro, e non sa che fare. Consulta un manuale sulla gestione delle coop, “Si può fare” (non era ancora lo slogan do Obama e Veltroni). Decide che non devono svolgere solo lavori "socialmente inutili' e mette in piedi una ditta di parquet».
Come avviene la rivoluzione?
«Per caso: stanno lavorano per l'inaugurazione di un negozio. Mentre Nello è al funerali di Berlinguer, rimangono senza legno. Con i ritagli riproducono la stella a 5 punte delle Br. Dopo lo choc, l’art director urla: art nueau! Diventano richiestissiml nei mosaici».
Ha conosciuto il Nello vero?
«Sì, si chiama Rodolfo Giorgetti, è venuto sul set. I suoi matti sono tanto bravi che dopo 30 anni la cooperativa va ancora a gonfie vele».
Il film farà bene al disabili?
«Questa è una favola realistica. Il film, che tratta in modo leggero un tema che ha toni drammatici anche, nel 30ennale della Legge Basaglia è un’occasione per tomare a parlare di disagio e normalità. La 180 ha chiuso i manicomi ma non ha eliminato la malattia mentale. E’ giusto non ignorare la diversità».
Conosceva la legge Basaglia?
«Avendo fatto politica (negli anni di Agraria mai finita) so di che si parla: il contrasto tra normalità e pazzia era un tema caro ai sovversivi. Si tendeva, anzi, a mitizzare genio e sregolatezza. Tra un impiegato di banca e un un pazzo che declamava frasi sconclusionate non avevamo dubbi..»
E delle contestazioni studentesche, che cosa pensa?
«Queste lotte sono sui tagli, quindi sacrosante. Su istruzione e sanità non si può tagliare niente. Per decreto tutto passa, ma da genitore spero che i cortei servano a riprendere la discussione su che tipo di scuola si vuole».
Meglio la Milano yuppistica o quella di oggi?
Di quegli anni ho ricordi belli, 20 anni, la scuola del Piccolo, i primi lavori all’Elfo, gli amici di sempre, Gianni Paladino che purtroppo ci ha lasciati, Silvio Orlando, Paolo Rossi, i primi film di Salvatores. Oggi anche lo yuppismo è peggiorato. Gli arrivisti di allora erano i figli del dopoguerra, le crisi legate a industria e economia, oggi con le borse che crollano e le banche in crisi ci sono solo bolle vuote»
Gli attori hanno fatto un training con i disabili. Lei ritiene di aver palestra sul palco dl Zelig?
«Il mestiere dell'attore ha insito qualche geme di follia. Il fatto che si voglia essere altro da sé, camuffarsi, mettersi una maschera, certamente ha a che fare con l'essere fuori di testa. II comico, poi, è ancora più folle: per una risata venderebbe la madre. Non ce n'è uno che mi risponda a tono e hanno tutti un aspetto ben strano, come i due del cinema polacco».
A Zelig dal '97, non teme di restare intrappolato nel giullare?
«Il rischio ci sarebbe se non facessi altro. In questo film, sono lontano mille e miglia da Zelig, anche nell'aspetto. In uscita ci sono “Ex” di Fausto Brizzi e sto girando “Arrivano i mostri” di Enrico Oldoini con Abatantuono, Panariello. A dicembre torno allo Strehler e a Genova con un inedito di Gaber, letture e musica spettacolare, regia di Gallione».
Follia e amore...
«L'amore è la cosa più folle perché ti viene addosso, non puoi deciderlo, non sta nei binari, quando c'è non sei più padrone di te».
Anche quando ci si sposa?
«Li c'è la battaglia di tutta una vita. E come il mestiere dell'attore. All'inizio non lo costruisci a tavolino. Troisi, Totò, Benigni spinti da una vena di follia. Poi, quando le cose vanno bene e devi decidere cosa fare, diventa un misto di intelligenza e rischio, così nella coppia: finito il fuoco, intervengono variabili ancora più impazzite».
In che cosa assomigliano sua moglie Sandra e Vanessa?
"In niente, una altoatesina, una spagnola, brave e belle tutte e due».

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