I Mostri oggi
Il Corriere della sera

FURBIZIE E CINISMO IN UNA CARRELLATA DI SKETCH: OPERAZIONE COMMERCIALE SENZA FORZA SATIRICA

Sedici episodi privi di originalità nella commedia con Bisio, Abatantuono, Ferilli e Panariello. Nessun confronto con gli sberleffi di Dino Risi

Testata
Il Corriere della sera
Data
27 marzo 2009
Firma
Paolo Mereghetti
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Immagine dell'articolo su Il Corriere della sera
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E’ più o meno di dominio pubblico che I mostri versione 1963 dovevano essere interpretati da Sordi, diretti da Elio Petri e prodotti da Dino De Laurentis. Ma per una volta il fiuto dell'uomo di spettacolo fece cilecca e agli sceneggiatori Age e Scarpelli che gli raccontavano i vari episodi De Laurentis esplose in faccia la storica battuta: «Voi questa film ve lo andate a far finanziare da Palmiro Togliatti!». Invece che da Togliatti i due sceneggiatori andarono da Cecchi Gori (padre), Petri e Sordi passarono a lavorare a II maestro di Vigevano, mentre Gassman e Tognazzi formarono il nuovo cast dei Mostri affidato a Dino Risi. Un film che conquistò le platee d'Italia e divenne un mito della commedia all'italiana.
A vedere I mostri oggi (che vuol tornare sulla strada aperta dall' originale e da I nuovi mostri ne11977) sembra che quella battuta di De Laurentis sia stata tenuta ben presente: nei sedici episodi che formano il film di Enrico Oldoini non c'e assolutamente traccia di politica - che oggi è probabilmente l'argomento che più meriterebbe di essere messo alla berlina, per la sua degenerazione e la sua invasività –come non ce n'è dell'invadenza e dello strapotere dei mass media, che invece erano presenti nei film precedenti. E tutto si riduce alla «solita» comparsata del volto conosciuto (Massimo Giletti) e all'ennesima rimasticatura della voglia di apparire in video (nell'episodio Cuore di mamma).
Non è voglia di impegno a tutti i costi. E’ la constatazione dello scollamento tra il film e la realtà, di cui sembra cogliere solo alcune «furbizie» gratuitamente provocanti, selezionate secondo una logica - questa sì- da talk show. Nel primo film, quello del 1963, a tenere insieme l'operazione e a evitare lo scadimento a semplice collazione di barzellette c'era la capacità di cogliere, attraverso i suoi vari episodi, la mostruosità dell'Italia del Boom. Era quella la forza che cementava tutto e che riscattava un gusto a volte fin troppo cinico. Gia coi Nuovi mostri, poi, lo sguardo si faceva catturare da una più facile paradossalità, dalla voglia non di raccontare l'Italia ma di mettere in fila una serie di eccezionalità a volte nemmeno troppo credibili.
Coi Mostri oggi l'operazione svela i suoi puri intenti commerciali e perde ogni forza non diciamo di analisi ma almeno di cronaca della mostruosità contemporanea. I suoi sedici episodi si riducono, qualcuno più qualcuno meno (il meglio è Povero Ghigo con Abatantuono e Bisio), a una carrellata di situazioni prive di originalità e, quel che è peggio, quasi sempre prevedibilissime. Persino nella sua voglia di autocitarsi, con l' episodio Il malconcio che vorrebbe fare il verso a Firs Aid e con Cuore di mamma che rimanda a Sequestro di persona cara (entrambi dei Nuovi mostri) mentre l’unico grande amore si chiude con lo stesso urlo allo stadio di Che vitaccia (dai Mostri).
A raccontare i sedid episodi del film si rischia di annullare anche quel minimo di sorpresa che possono offrire. Ma la pochezza della messa in scena finisce per cancellare pure quegli scampoli di satira di costume che forse erano nelle intenzioni degli sceneggiatori (Franco Ferrini, Giacomo Scarpelli, Silvia Scola, Marco Tiberi, Enrico Oldoini) ma che si riducono a far scimmiottare dal cameriere Neri Marcorè i discorsi orecchiati sui soldi, mentre serve tartine e salmone. Perchè un conto è ironizzare sui gusti inutilmente snob dei nuovi ricchi che accettano di farsi trattare male e mangiare ancora peggio in una bettolaccia romana (com'era in Hostaria, nei Nuovi mostri), un conto è scimmiottare il finto bon ton dei nuovi ricchi con la solita litania di parolacce e insulti (nel vacuo Ferro 6).
Così, mascherati sotto vistose parrucche che chiederebbero l'analisi di un semiologo del costume (perchè quell'ostentato «bisogno» di capelli così finti e smaccati? Perchè quella scena di «ballo» della Ferilli davanti allo specchio che fa tanto spot tricologico?) il film oscilla tra una superficialità fin imbarazzante (Fanciulle in fiore, Il vecchio e il cane, Accogliamoli) a uno strano e un po' lugubre compiacimento nichilista (Unico grande amore, Terapia d'urto - che personalmente ho trovato anche un po' oltraggioso - con la sua coda Insano gesto) fino a una voglia di sorprendere a tutti i costi (La testa a posto, Padri e figli, Seconda casa) che riesce solo a sottolineare gli sfilacciamenti e le incongruenze della regia. E a annullare quasi completamente le qualità di un gruppo d'attori che meriterebbero ben più di un titolo furbastro per dimostrare quello che sono capaci di fare.