Zelig circus 2006
Corriere della Sera Magazine

Claudio Bisio “Ma se piglio tutto rischio la bulimia”

Testata
Corriere della Sera Magazine
Data
2 marzo 2006
Firma
Enrico Mannucci - collaborazione Stefano Landi
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Al culmine del successo, il mattatore di Zelig spiazza tutti e annuncia una pausa mandando in sabbatico la mitica trasmissione fabbrica di talenti comici e di tormentoni. “Ora sento di dovermi ricaricare. Noi siamo un po’ come la Juventus, comicio a capire i bianconeri carichi di scudetti e di antipatie”.

Come molte persone che si ritrovano una grinta da duro, Claudio Bisio è in fondo un tenerone. E anche le polemiche lui le fa senza urlare, quasi sottotono. Se Ciprì e Maresco, oltretutto vecchi soci di scena, dicono che Zelig fa una comicità “da villaggio turistico”, lui risponde pacato che “forse non l'hanno mai visto”. Anzi, a chiedergli i punti deboli nella seguitissima trasmissione di Canale 5 con cui sei anni di conduzione l'hanno quasi identificato, sentenzia secco: “Me stesso”. Figuriamoci se si scompone davanti al paradosso che segna la stagione: il break deciso dal gruppo dirigente di Zelig, una pausa di riflessione per evitare il rischio di usura, con lui che intanto si ritrova nella parte dell'asso pigliatutto, film e tv, teatro e dvd, serate e spot pubblicitari, sempre in prima linea, sempre coperto di applausi. Al cinema con La cura del gorilla, reduce da una serie di successi teatrali (I bambini sono di sinistra e Grazie di Pennac, per citare gli ultimi) in corso di riproduzione su dvd, un doppiaggio in uscita ad aprile per L'era glaciale 2 presta la voce al bradipo, tanto per confermare l'indole mite e l'imperversante spot per Pronto, Pagine Gialle: “Ma non esageriamo, per ora non ho altri film in programma. Poi, certo, sono un irrequieto. E per questa lieve irrequietezza temo che cederò anche a qualcuna fra le diverse richieste che ho per delle fiction”.

Commentando nella sua rubrica sul Corriere l' “eroica decisione” di fermarsi da parte di Gino e Michele, Aldo Grasso riconosceva un permanente primato di ascolti, ma notava molti segni di stanchezza, di “routine cabarettistica” con troppi espedienti facili: “In tv ci vogliono armi per costruire un'audience fedele ma basta poco per dissiparla, neanche tanto in allegria”. Drastico, osservava che “Zelig è alla frutta”, inchiodato ormai tra tormentoni e luogocomunismo, ovvero i consolanti luoghi comuni della sinistra. Salvava Bisio, però: come grande intrattenitore laureato, anche se indeciso, nel senso della scelta fra recitazione e pubblicità.

La decisione di sospendere, Bisio la condivide: “Io è da vent'anni che parlo di anno sabbatico. Ero già alla serata inaugurale di Zelig come cabaret. Ora sento di dovermi ricaricare. Nel pigliatutto c'è il rischio della bulimia. E io di carattere non sono bulimico, però sovraesposto da parecchio tempo, sì. Noi siamo un po' come la Juventus e lo dico da milanista per cui è anche uno sport spararci addosso. Comincio a capire i bianconeri carichi di scudetti e di antipatie. La sosta mi va, provare a ripartire un po' da outsider e non col primato da difendere: in fondo è anche un elemento della comicità, fra Paperino e Gastone fa ridere il primo, il perdente”. Poi fa un'aggiunta, pignolo, riguardo al dilemma proposto da Grasso: “Di pubblicità ne ho fatte tre in 25 anni. Scelgo la recitazione, sicuramente”. Come, fra rugby e tennis sceglie il secondo, anche se al primo ha giocato per due anni per obblighi di scena, mentre il secondo “lo sto ancora imparando”, con risultati non eccezionali, ghigna il resto della banda Zelig capeggiata da Gino che ha convogliato verso la racchetta gran parte del gruppo fondatore, dopo averlo condotto al successo tv.

Bisio ragiona su di sé e sullo spettacolo nello spogliatoio dietro al palco del tendone a Sesto San Giovanni - “Manca solo l'odore della canfora poi sembra quelli da stadio” durante le prove delle ultime puntate previste il sipario su Zelig cala il 4 aprile e mentre fuori, a metà pomeriggio, comincia a formarsi la fila che sarà lunghissima a sera. Siamo davanti al tempio della comicità e della satira nazionale. Quella che, anche, calamita attenzioni e polemiche su molti altri piani. Senza uscir dai nostri confini con le “vignette sataniche”, basta pensare all'annoso esilio catodico di Daniele Luttazzi, a quello autoimposto di Beppe Grillo. O alla querelle familiare in casa Guzzanti, padre versus figli. Fino all'occultamento sempre incombente di Antonio Coniacchione con la sua imitazione berlusconiana, ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa. E, in mezzo, le accuse di tradimento che, appunto, hanno colpito spesso il gruppo di Zelig da parte dei più “sinistrescamente” rigorosi comici romani. Insomma, un'egemonia non solo stilistica che permea dibattiti e apparizioni televisive per definizione serissime, ovvero quelle dei politici. Tanto da spingere qualcuno a chiedersi se il tratto e i tempi della comica da piccolo schermo ormai non abbiano malamente contaminato le sfere che dovrebbero garantire più serietà, competenza e approfondimento. Bisio non ha voglia di ripetersi sul tema dell'ipotetico tradimento, ha già spiegato altre volte come non gli sia insopportabile votare a sinistra e lavorare per Mediaset: “Devo tirare un pugno a Confalonieri se mi fa i complimenti?”.

Intanto, ha già messo un altro impegno in carnet: “Rifacciamo il I maggio, la presentazione al concerto dei sindacati a Roma, con Gino e Michele dietro le quinte come autori. L'autorizzazione da Mediaset è arrivata. È il terzo anno e non ci sarà il quarto”. Poi aggiunge, con un sorriso di non difficile interpretazione: “Ma in ogni caso questo appuntamento sarà particolarmente frizzante così a ridosso delle elezioni comunque siano andate”.

Poi ripensa agli esordi al Derby, la generazione subito dopo quella di Abatantuono, tre anni in coppia con Antonio Catania, accanto a Francesco Salvi e altri artisti magari tornati in ombra. Il discorso si intreccia con il logorio imposto da Zelig come stella del prime time e con la corda mostrata da qualche sketch che ha portato all'interruzione: “Perdersi è facile. La tv è un meccanismo che macina, ma Salvi mi pare abbia fatto un film molto bello”. Gli anniversari si accavallano: venti anni dello Zelig come cabaret, la sala in un circolo di sinistra in viale Monza dove nell'86 si raccolse la pattuglia dei padri fondatori, dieci anni di Zelig in tv (il prototipo andò in onda su Italia i nel '96), volendo si può aggiungere il trentennale dell'accoppiata Gino & Michele i piloti con Giancarlo Bozzo della “Factory” Zelig che allora debuttarono su Radio Popolare. Poco prima che nascesse il cabaret, una polemica aveva opposto Giovanni Raboni, dall'Europeo, a Beniamino Placido, su Repubblica: il primo a favore di Drive in, il secondo per l'arboriano Quelli della notte. Placido scriveva anche: “Un vero, nuovo spettacolo di varietà può nascere solo per caso, all'insaputa dei suoi stessi autori”.

Bisio e soci sono stati l'incarnazione di quella profezia? “Può essere, di sicuro non avevamo previsto il trionfo che abbiamo avuto. E, rispetto a Drive in e Quelli della notte, do una risposta che spero non sembri arrogante: siamo la sintesi. Se una cosa piace a noi, ci insistiamo (e qui siamo vicini a Quelli della notte), magari aggiustando qualcosa. Però siamo consapevoli dei ritmi imposti dalla tv (e qui il riferimento è a Drive in): le due risate al minuto eccetera. Comunque non rinunciamo a inserire ogni tanto anche sketch più teatrali, surreali o complessi. Del resto il tempo, a volte, premia. Gli stessi Ale e Franz, all'inizio erano abbastanza “alti”, facevano i noir prima di inventare la celebrata panchina. Anche noi teniamo d'occhio i grafici dell'audience e vedevamo che a quel punto calavano. Però abbiamo insistito mi ricordavano Cochi e Renato e, alla fine, sono diventati un nostro fiore all'occhiello. Sono nati “alti” e non direi che sono diventati “bassi”, piuttosto “larghi”, nel senso del pubblico coinvolto”. Grasso ha indicato nel “facile espediente” dei tormentoni uno dei punti deboli. Spiegando, in linea generale, il perché: “Il tormentone è la battuta ripetuta ossessivamente con intenti comici. Non sempre riesce a comando. Né si può prevederne la durata. I tormentoni del “So' stanco, so' stufo” e del “E su e giù, e tric e trac” di Greggio e lacchetti, nonostante le continue ripetizioni, sono stati discreti flop”. E, in questo caso, l'espediente scenico diventa “il tormento””.

Bisio, fra i flop, cita se stesso, in certi casi quando ha provato a importare in tv ritmi e temi teatrali: “Io conosco la differenza fra i generi e li rispetto egualmente, non sono un fondamentalista mediatico, solo tv o solo cabaret e teatro. Però, certo, lo scarto è forte: in teatro non resisto a un'ora e mezzo di sketch da quattro minuti l'uno come si fa in tv. A volte, comunque, ho provato a ibridare i generi. Portai a Zelig un pezzo da I bambini sono di sinistra: resse ma con qualche tremore mio. Anche perché, nel corso degli anni, mi sono sgamato. La stessa cosa con il primo Pennac non aveva funzionato. E invece, quest'anno, è andato benissimo un brano da Grazie”.

Anche per questo nega che si possa individuare uno stile Zelig: “Non esiste una nostra unica cifra comica. Non è possibile che tutto piaccia a tutti, neanche a me, quando rivedo le cassette a casa”. Anche le sue? “No, non le mie. Quelle degli altri. Le riguardo coi miei figli. Comunque il tormentone io non l'ho mai usato. Quelli che ascolto intorno a me li giudico quasi da spettatore e li divido in due categorie: quelli cercati e quelli involontari che quasi ti rimbalzano dalla platea; preferisco i secondi, quelli non urlati, non imposti. E un meccanismo misterioso. Per esempio capita ora con i Mammuth, Diego e Fabio, quelli che smontano le parole. Il più intelligente dice sin da co oppure o no re vo le. L'altro più stupidotto fa, in piemontese: “E la mia volta”. L'altro giorno ho sentito “E la mia volta” in un bar”.