Benvenuti al Sud
Corriere della Sera

Bisio, pregiudizi 'nordisti' in una farsa senza tempo

Testata
Corriere della Sera
Data
28 settembre 2010
Firma
Paolo Mereghetti
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Si ride ma non c' è l' autenticità della provincia

A voler fare il mestiere del critico (che non è solo dare i voti ma soprattutto cercare di spiegare il senso di un film) questo Benvenuti al Sud sembra più lo spin off di Pane amore e fantasia piuttosto che il remake nostrano di Giù al Nord (in originale Bienvenus chez le Ch' tis di Dany Boon, che qui si vede nell' ufficio postale nei panni del cliente con una scatola da spedire). Nel senso che il film di Luca Miniero (e soprattutto dello sceneggiatore Massimo Gaudioso) abbandona subito quell' aria di ingenua sincerità che si respirava nel film francese - che proprio per questo aveva convinto mezza Francia a pagare il biglietto per vederlo (e vedersi allo specchio) - scegliendo di percorrere la strada di una favoletta farsesca e senza tempo. Perché la Castellabate di Benvenuti al Sud, dove è trasferito per punizione Bisio, dirigente postale smanioso di un posto a Milano, non è la Bergues dell' originale francese: è meno concreta, meno reale (pur essendo una vera cittadina in provincia di Salerno) e soprattutto meno coinvolgente. Assomiglia molto alla Sagliena del maresciallo Carotenuto e della «bersagliera» ma senza quella sintonia con l' anima popolare del Paese e quell' adesione al mondo della provincia che facevano la forza del film di Comencini e Margadonna. Nel film di Miniero e Gaudioso probabilmente si ride di più ma sicuramente ci si fa coinvolgere di meno, perché si capisce subito che i protagonisti non sono «nostri contemporanei» ma solo personaggi, incaricati di dare volti e voci a dei luoghi comuni, a delle battute. E mai a degli autentici esseri umani. Era il segreto della grande commedia italiana, da quelle con Totò (che era maschera ma concretissima) a quelle con Sordi (che era sempre «italiano» prima che comico) ed è la qualità che manca di più al cinema leggero che si fa oggi in Italia, dai cinepanettoni in giù, troppo preoccupato di inseguire solo una riconoscibilità di superficie per radicare le sue storie nella concretezza dell' oggi. Benvenuti al Sud cerca una strada mediana, farsesca e insieme popolare, riuscendovi a sprazzi. Le disavventure di un Bisio finalmente a suo agio al cinema (forse perché spinto a non caratterizzare troppo il suo personaggio) fanno sorridere ma scivolano via senza lasciare molte tracce perché troppo debitrici di un Sud da barzelletta (ripulita e corretta, beninteso) e mai davvero graffiante: la mamma invadente, l' ospitalità soffocante, la gentilezza mascherata da imbarazzo, il piacere di godersi la vita... tutte cose vere ma troppo simili alle voci di un depliant turistico per non sembrare prevedibili. Per questo forse l' unica vera trovata del film è l' accademia del formaggio lombardo, molto più divertente e azzeccata delle ronde femminili a Usmate (idea abbandonata troppo presto) o della «napoletanità» messa in scena per spaventare la moglie appena arrivata al Sud (troppo superficiale per divertire, soprattutto se confrontata con l' «originale» francese). Con questo non si vuole caricare di troppe attese e responsabilità un film che rispetto al panorama nazionale ha qualche merito indubbio, a partire dalla capacità di evitare le scivolate più corrive verso una comicità di grana troppo grossa (e troppo cabarettistica), ma piuttosto chiedersi perché attori potenzialmente interessanti (come la Finocchiaro che non è certo da scoprire ora, ma che sta ancora aspettando un ruolo da autentica protagonista) o canovacci altrettanto stimolanti siano sempre sfruttati a metà, al di sotto delle loro vere potenzialità, senza mettere in campo quelle ambizioni e quelle qualità che un' industria degna di questo nome dovrebbe essere capace di giocare. Non fosse altro che per dimostrare nei fatti (e non solo a parole) la sua supremazia sulle fiction che stanno anestetizzando il gusto e addormentando gli occhi del pubblico italiano.