Benvenuti al Sud
"A"

Finché c'è vita c'è Brianza

Testata
"A"
Data
7 ottobre 2010
Firma
Antonella Catena
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«È vero che il paese brianzolo da cui parte la nostra storia potrebbe essere Adro. Siamo sempre in questo Nord piccolo piccolo, in cui regna la paura del diverso e si esagera coi simboli leghisti nelle scuole pubbliche: settecento "Soli delle Alpi", voglio dire ... Non generalizzo, ovviamente. Perché poi, adesso la farò ridere, il nostro paesino brianzolo è in realtà la periferia di Roma».
Ridiamo insieme. La "rivelazione" arriva a metà di una conversazione telefonica che ha per spunto il film Benvenuti al Sud di Luca Miniero: in uscita il primo ottobre, é il remake del Francese Giu al Nord. Se in quel caso il successo era frutto dello scontro tra gli zoticoni nordisti e i ben più presentabili meridionali (in Francia, sono le zone più settentrionali quelle meno sviluppate), nella versione italiana le parti sono rovesciate: Bisio e la moglie (Angela Finocchiaro) vivono in un paese del Nord e sognano Milano. Lui, che dirige il locale ufficio postale, per arrivare nella metropoli si finge invalido: scoperto e punito, invece di essere trasferito finirà al "confine". L'inferno, per il nordista, è un paese del Cilento. Pieno ovviamente di "terroni", capitanati dal postino locale (Alessandro Siani). L'attore, passato da Gabriele Salvatores (con tanto di condivisione dell'Oscar, per Mediterraneo) alla guida di Zelig in tv (riprende a gennaio), è nella sua stanza d'albergo, a Roma. «A Milano, non torno da giugno. Mia figlia Alice ha cominciato le superiori da una settimana e ancora devo vederla e farmi raccontare come è andata". Nella capitale Bisio sta girando Bar sport, tratto dal libro di Stefano Benni. Giornata sul set e serata al telefono: "Si, perché mentre continuo a girare il nuovo film, sono impegnato nella promozione di Benvenuti al Sud. L'originale Francese mi era piaciuto moltissimo. Sa cosa pensai uscendo dal cinema?".
Voglio farne subito il remake ...
«No. Pensai: "Porca miseria, perché non ci abbiamo pensato noi".
Trovai geniale l'idea di giocare con gli stereotipi, per dire che alla fine il piacere è unire le diversità, che restano innegabili. Il regista Francese Dany Boon non solo ci ha sempre appoggiati, ma ha anche un cameo nel nostro film. Il "gemellaggio" continuerà: Boon stesso ha spinto la prestigiosa Pathè a distribuire subito il nostro film in Francia, cosa che non accade spesso per una pellicola italiana. In più mi ha offerto una parte nel suo nuovo film: sono un cuoco italiano, in una commedia centrata sull'odio e la rivalità tra francesi e belgi. Perchè in Francia ci sono le barzellette sui belgi, come da noi ci sono quelle sui carabinieri».
Una definizione di Benvenuti al Sud.
«Una commedia sui pregiudizi. In realtà mi piace usare gli stereotipi per ragionare su altro, perché sono sempre legati all'ignoranza, al fatto di non voler conoscere realtà diverse dalla nostra. Totò e Peppino che sbarcano al Nord impellicciati, perché a Milano deve far freddo anche d'estate, restano il massimo. Nel nostro film, io arrivo al Sud con il giubbotto antiproiettile, e giù fanno la guerra al gorgonzola in nome della mozzarella. Il rifiuto è inizialmente reciproco. Posso tentare di capire chi non ne vuol sapere di conoscere gli aborigeni australiani, ma come fai a chiudere le porte ai tuoi vicini di casa?».
Oggi che i vicini sono sempre di più gli immigrati stranieri, ha ancora senso concentrarsi sui "nostro" Nord contro Sud?
«Nel film faccio ridere con vizi e caratteri degli italiani, però nella vita reale mi preoccupa proprio questo. Non sento più l'odio tra noi, quanto quello per i nuovi arrivati. Lo sappiamo tutti che al Sud sparano e al Nord riciclano denaro. Ma poi: Olindo e Vallanzasca non stavano mica in Sicilia, giusto? In più c'è una specie di razzismo di ritorno, per cui il meridionale arrivato a Milano trent'anni fa e integratosi rischia di essere più ostile del settentrionale verso il sudamericano. É sempre la stessa paura: quella che il nuovo arrivato ti porti via privilegi che spesso non sono neppure tali. Il paese da cui parte il film è veramente come Adro: coppie come quella formata da me e Angela, nel film, che non sono mai andate all’estero, esistono veramente. Abitano in posti che conosco bene, perché sono un ciclista e percorro spesso la bassa Brianza ».
Al Nord c’è un partito che ha minacciato la secessione…
«Noi non ci siamo neppure posti il problema se i nostri personaggi fossero leghisti. Il film è un remake : non ci sono “motivazioni” politiche perché la sceneggiatura non è originale, però è vero che, in Francia, la lega non c’è: perché qui sì, mi chiedo? Adro, il Bresciano, la Brianza…ovunque è lo stesso. Il paese del nostro film non esiste, nella realtà: abbiamo girato nella periferia di Roma, direzione Ostia. Ma sembra davvero la Brianza».
Potere del cinema, forse.

«No, oggi questi posti di villette a schiera, che credi siano prefabbricate anche se non lo sono, si assomigliano tutti. Anche i vecchi cliché del Nord che lavora e del Sud parassitario sono stati annullati dal fatto che magari un napoletano ha un ritmo di vita stressato alla nordista, mentre per esempio a Bolzano, dove mia moglie è nata, ci sono tempi più naturali, come in una qualsiasi cittadina di provincia meridionale. Poi ci sono quei clichè, legati al campanilismo e alle tradizioni locali, che difendo».
Quali, per esempio?

«Noi abbiamo girato nel Cilento: io, Angela e la toscana Valentina Lodovini eravamo gli unici non meridionali. Dalle comparse al resto del cast, tutti erano campani: sul set e poi la sera, a cena, parlavano nei loro dialetti e io non capivo niente. Avevo bisogno della traduzione, ma mi piaceva tantissimo. Sono nato a Novi ligure e cresciuto a Milano, Alessandro Siani è napoletano: veniamo da una cultura e da una tradizione professionale molto diverse, ma mi piacerebbe che scrivessero che è nata una nuova coppia comica. Gli italiani sono Montecchi vs Capuleti forever. O guelfi contro ghibellini. Anche il calcio, non è vero che unisce gli italiani: sul set di Bar sport, a Roma, i laziali odiano di più i romanisti, che il sottoscritto milanista».
Citava Totò e Peppino: che differenza c'è tra loro e i giovani comici di Zelig?
«E il "Terrunciello" (lo imita perfettamente, ndr) del mio amico Diego, dove lo mette? Abatantuono non aveva inventato niente. Andavo a casa sua: ricordo i suoi parenti, i vicini di casa, sua madre.. Parlavano così. Erano fantastici. Totò e Peppino, da meridionali, prendevano in giro prima di tutto la propria ignoranza: oggi forse siamo meno auto ironici e più schierati»
Ma lei si è mai sentito un po' insofferente verso gli stranieri, o i meridionali?
"No. Forse perchè mi piace viaggiare, e non da turista: non cerco mai un ristorante italiano, come fanno i miei connazionali all'estero. Ai miei figli, di 10 e 14 anni, cerco di insegnare a non temere il diverso. A Milano, dove viviamo, sono sempre andati alla scuola pubblica, tra l'altro in zona Loreto/Padova, quella degli extracomunitari. Alle elementari, Federico aveva una compagna cinese arrivata senza sapere una parola d' italiano: in tre mesi l' ha imparato e si è dimostrata un genio in matematica. A questa bambina con gli occhi a mandorla un leghista avrebbe detto di tornarsene a casa: mio figlio invece ne è rimasto affascinato e forse l'ha invidiata pure, per la sua capacità di imparare le tabelline a gran velocità».