«La buona novella»/Max
Bisio. Io De André e Gesù
In tv con Le Iene. In giro per l’Italia con La Buona Novella del cantautore genovese. Infaticabile. Preciso. Esigente (a cominciare da sé). «Perché qualunque cosa fai, devi sempre spaccare il capello. Anche se sei praticamente… calvo»
Quando uscì, nel 1969, ci fu chi lo considerò un disco anacronistico. Erano gli anni in cui un’intera generazione, allo stesso tempo ingenua e generosa, sognava di poter cambiare in fretta il mondo e un disco che parlava di pezzenti e predicatori di 2.000 anni prima a qualcuno sembrava un po’ troppo “archeologico”. Questo, almeno in certi giudizi “ufficiali”. Perché poi, in privato, quasi tutti i ragazzi del ’68 adoravano Fabrizio De André e canticchiavano la sua Buona Novella, appassionandosi al Testamento di Tito il ladrone e a una versione del Vangelo che non sembrava scritta, una volta tanto, dall’Ufficio Stampa della Città del Vaticano.
Ora, a 30 anni di distanza, La Buona Novella è ancora attualissimo. Tanto che il regista Giorgio Gallione ne ha tratto uno spettacolo prodotto dal Teatro dell’Archivolto che, dopo la prima dello scorso anno al Carlo Felice di Genova, è in tournée fino a dicembre. Claudio Bisio vi interpreta il ruolo del narratore. Lo abbiamo incontrato mentre stava provando lo spettacolo e lavorava, al contempo, alla nuova edizione televisiva de Le Iene.
Che rapporto hai con la musica di De André? Conoscevi già La
Buona Novella?
«Lo conoscevo, eccome. Avevo anche il disco… Sai, io sono del
’57 e per tutti i ragazzi della mia età De André è stato un
po’ un passaggio obbligato. Ricordo che io stesso canticchiavo
con la chitarra Via del Campo o Re Carlo tornava dalla
guerra. Quella roba lì. Quando uscì La Buona Novella ero
in quella fase della preadolescenza in cui sei particolarmente
sensibile a certi aspetti tristi dela vita che il disco sapeva evocare
con grande suggestione. Mi piacque subito. Del resto, in quegli anni,
o subito dopo, ero affascinato da tutti i cantautori malinconici. Mi
piaceva anche Claudio Lolli…».
E oggi invece che cosa ti affascina in quel disco?
«Come
attore direi che mi colpisce la sua teatralità: in fondo è una
partitura a più voci, quasi una sacra rappresentazione. Anche se de
André decise di cantarla tutta lui, di fatto è un’opera
polifonica che si presta molto a essere rappresentata a teatro. Come
uomo, trovo invece attualissimo quel messaggio contro
l’autoritarismo, in nome dell’uguaglianza e della
fratellanza universali, che De André aveva ricavato dalla sua lettura
dei Vangeli apocrifi. Consiglio davvero di leggerli: sono
straordinari».
Parli per esperienza diretta? Li avevi già letti prima di
affrontare lo spettacolo?
«Diciamo che li avevo
leggiucchiati. Sono una di quelle cose che uno ha in casa. Come
Proust, mettiamo. O come Joyce. Sai che dovresti leggerli, ma non ti
decidi mai. E quindi li leggiucchi. Quando finalmente con Giorgio
Gallione abbiamo deciso di lavorare sul testo, ho fatto delle scoperte
incredibili».
Cioè?
«Prima di tutto, intendiamoci, apocrifo non vuol
dire falso. Vuol dire non canonico. I Vangeli apocrifi sono un
materiale narrativo immenso, che ha le radici culturali più disparate.
Armeni, arabe, bizantine, popolari. Uno degli autori era addirittura
un fratello di Gesù: uno dei 7 o 8 figli che Giuseppe aveva avuto
prima di sposare Maria. A un certo punto, in tutta la massa di
racconti e leggende in circolazione su Gesù, la Chiesa Cattolica
Apostolica Romana ha deciso: questo è ufficiale, questo non lo è. De
André si era ispirato a quello che la Chiesa non considerava
ufficiale, facendo però a sua volta delle omissioni. Il suo disco, ad
esempio, tace sui 30 anni trascorsi fra la nascita e la passione di
Gesù. Noi siamo andati a pescare proprio lì. Cioè nel materiale
narrativo che ha ispirato, almeno in parte, anche il Mistero
buffo di Dario Fo. E ne abbiamo ricavato dei monologhi o dei
recitativi che nello spettacolo si alternano all’esecuzione dei
brani del disco di De André».
E che Gesù emerge da queste vostre
“aggiunte”?
«Bé, ad esempio viene fuori un Gesù
bambino incazzoso, che fa i dispetti ai suoi compagni, che esibisce la
sua capacità di fare miracoli. C’è un episodio in cui, accusato
di aver provocato la morte di un suo compagno caduto da una terrazza,
lo fa resuscitare, gli chiede di testimoniare a sua discolpa e quindi
lo lascia morire di nuovo… E poi c’è un Giuseppe
vecchissimo, quasi novantenne, che non crede ai racconti di Maria,
solo quindicenne, a proposito dell’angelo, e si arrabbia e
sorvola… Per non parlare di quando si accorge che “il suo
bastone fiorisce” e si nasconde, con tutto il pudore dei vecchi,
dietro una colonna. Niente di blasfemo, beninteso. Solo una affettuosa
umanizzazione dei personaggi».
…Magari blasfemo no, ma poco consono con una certa mentalità
da benpensanti ipocriti certo sì…
«Senz’altro.
Basta pensare al Testamento di Tito: il ladrone buono confuta, uno per
uno, tutti i 10 comandamenti, mettendo in evidenza la contraddizione
fra leleggi emanate da chi ha il potere e la difficoltà di attenersi a
queste leggi da parte di chi il potere lo deve solo subire. In alcuni
passaggi è quasi un’invettiva, un invito al parricidio, un
fiotto anarchico contro i pregiudizi e i luoghi comuni. De André era
grande anche per questo. Riascoltavo in questi giorni Storia di un
impiegato e mi colpivano la rabbia, la lucidità e la radicalità
con cui De André sapeva far parlare i suoi personaggi. Sempre».
Mentre porti in giro La Buona Novella a teatro, sei di
nuovo anche in tv con la nuova edizione domenicale, in diretta di
Le Iene. Come riesci a lavorare simultaneamente in 2 media così
diversi?
«Intendiamoci, io vengo dal teatro, e il teatro
resta la mia grande passione. Il teatro è l’evento.
L’essere lì. Hic et nunc. Recitare ogni sera, inventare ogni
sera qualcosa di diverso. Quella è la linfa vitale del mio lavoro. Che
poi vine rubata dalla tv. O forse no. Perché io mi rubo da solo. Mi
rifaccio, mi cito. Trasloco in tv la creatività che ho sperimentato e
messo a punto sul palcoscenico. Non so come facciano Fazio e gli altri
a produrre creatività in una redazione. In un palazzo della Rai a Roma
o di Mediaset a Cologno Monzese. Presente quei palazzi tutti
vetri…? Arrivi lì la mattina, saluti, bevi il caffè, fumi una
sigaretta e poi dici: “Bene, adesso tiriamo fuori la nostra
creatività”. Non è da me. Io non riuscirei mai. Per me il padre
o la madre è il teatro, la tv è il figliastro. O il figlioccio.
Dipende dai casi se legittimo o illegittimo».
Il teatro è padre o madre? Non è proprio la stessa
cosa…
«Facciamo la madre. È un rapporto più tenero, meno severo…»
E il cinema?
«Il cinema in questo periodo mi affascina.
Credo di aver metabolizzato e superato la delusione per
l’accoglienza non proprio entusiasta che il pubblico ha
riservato al mio primo film da regista, Asini. Ho capito di
aver commesso degli errori, di averci messo troppa roba, troppe
storie. Anche se devo dire che il personaggio che facevo in
Asini, un laico che finisce in un convento, uno preciso, un
giocatore di rugby, potrebbe essere uno dei personaggi della Buona
Novella. In fondo è un eroe pre-cristiano, ha in sé qualcosa di
misterico. È un misterico buffo. Viene un po’ da Pennac e un
po’ da De André. Comunque: in quel film ho cercato di spaccare
il capello in 4. Fa ridere l’idea che io abbia spaccato il
capello? Fa ridere, ma è così. Se Asini fosse andato molto
bene, probabilmente avrei fatto subito un altro film, magari senza
essere del tutto pronto. Invece ho aspettato, ci ho pensato, credo di
essere maturato. Il parziale insuccesso mi ha dato una grande lezione
di umiltà. Serve, nel nostro mestiere».
Assieme a quali altre doti?
«Direi la grinta, la
decisione. L’ho imparato da Gabriele Muccino quando ho girato
con lui gli spot per “Pagine Gialle”. Sul set era preciso
e determinato. Rompeva anche le palle. Io mi dicevo: “Ma come si
permette questo, che è pure più giovane di me…?”. Mi
diceva: “Sei moscio…!” A me! Ma aveva ragione lui:
all’inizio ero un po’ moscio e il suo atteggiamento mi ha
aiutato a essere più credibile e convincente. Mi ha ricordato che
qualunque cosa tu faccia, devi sempre spaccare il capello. Anche se
sei praticamente calvo».
La “mia” Buona Novella
Quando scrissi La Buona Novella eravamo in piena rivolta
studentesca e ai meno attenti, vale a dire la maggioranza dei fruitori
di musica popolare, il disco apparve come anacronistico. Ma cosa
andava predicando Gesù di nazareth se non l’abolizione delle
classi sociali e dell’autoritarismo? È un po’ come se io
mi fossi rivolto ai miei coetanei che si battevano contro smisurati
abusi di potere e di autorità e avessi detto loro: guardate che lo
stesso tipo di lotta l’ha già sostenuta un grande rivoluzionario
1969 anni fa e tutti sappiamo com’è andata a finire. Perché, a
parer mio (di allora come di oggi) la lotta contro l’autorità,
il suo potere e i suoi abusi, va combattuta ogni giorno
individualmente: certo, ci sono momenti e casi in cui è meglio lottare
insieme, ma questo insieme deve essere una somma di individualità, non
un branco di pecore che lotta in nome di un’ideologia astratta e
che si ponga come obiettivo quello di rimpiazzare attraverso
l’imposizione dei suoi dogmi lo stesso potere contro cui lotta,
nella logica di “leva il culo tu che ce lo metto
io”.
Fabrizio De André, marzo 1999
Claudio in 8 date
1957 nasce a Novi Ligure (Alessandria) il 19 marzo
1983 debutto cinematografico con Sogno di una notte
d’estate: Gabriele Salvatores è alla regia della banda
milanese del teatro dell’Elfo
1991 è l’anno di Mediterraneo, Oscar per il miglior
film straniero
1992 Claudio e compagnia (diretti sempre da Salvatores) portano sullo
schermo il romanzo di Pino Cacucci Puerto Escondido
1993
è fra i protagonisti del secondo film di Vito Zagarrio Bonus
Malus. E in tv conduce il programma satirico Cielito
lindo
1996 diretto da Francesco Rosi, è nel cast di La
tregua, tratto dal libro di Primo Levi
1997 in Nirvana recita una piccola, ma strepitosa parte: il
taxista
1999 chiude il sipario di Monsieur Malaussène, spettacolo
teatrale che Bisio porta in tournée da più di 2 anni nel ruolo
dell’antieroe creato da Daniel Pennac. Un grande successo
